“Voglio ancora viaggiare, conoscere posti e stressarmi per altri tipi di documenti. Fa parte del gioco. Fa parte dell’essere persone migranti”

Heidi è originaria di São Paulo, in Brasile, ma il suo nome potrebbe riportarvi nella vostra infanzia a quando guardavate la serie animata giapponese del 1974 ambientata nelle Alpi svizzere. Una serie che alla mamma di Heidi è piaciuta così tanto da decidere di chiamare sua figlia come la protagonista. Ma anche il suo cognome arriva da oltreoceano, poiché il suo bisnonno materno era italiano, di Genova.

In Brasile, si è laureata in Scienze della Comunicazione Sociale con una specializzazione in Studi dei Media, una laurea triennale finalizzata alla formazione di professionistƏ nel settore televisivo e cinematografico. Settore in cui ha lavorato per un anno, per poi realizzare che voleva proseguire i suoi studi. Ha fatto domanda per un master ed è stata accettata, ma i tagli sulle borse di studio voluti dal neoeletto Presidente Bolsonaro, hanno compromesso la sua possibilità di studiare. In seguito, ha trovato un impiego presso il dipartimento di comunicazione dell’università. Un lavoro che le piaceva molto e che ha continuato a portare avanti anche durante la pandemia da Covid-19 anche se all’epoca, stava attraversando un periodo molto difficile e di depressione. Aveva bisogno di tornare a studiare, e ha coraggiosamente deciso che spettava a lei determinare il proprio futuro. Ha fatto domanda per otto programmi di master in diversi paesi ed è stata accettata dall’Università di Tartu, in Estonia, per un master in Semiotica. Un programma di studi che aveva da sempre desiderato fare e interamente coperto da un’esenzione dalle tasse universitarie. Nonché, l’unica possibilità che aveva davanti a sé per poter gradualmente uscire dalla sua situazione, “mi ha fatta star meglio e mi ha portata a una vita migliore”.

Gli inverni in Estonia sono molto rigidi, con temperature che possono scendere fino a -25 °C, un’esperienza singolare. Durante una conferenza ha incontrato un eminente professore nel suo campo che oggi è il supervisore del suo programma di dottorato MSCA (Marie Skłodowska-Curie Actions) a Torino, in Italia.

“Venire qui è stato un sogno che si è avverato poiché corrisponde a tutto ciò che desideravo. Un luogo più caldo, una lingua che posso imparare, un progetto sotto la guida di un professore che ammiro e che è anche le radici della mia famiglia”.

Essere una dottoranda Marie Curie è una posizione prestigiosa all’interno di un gruppo di ricerca finanziato dall’Unione Europea. Con la lettera di invito del suo professore, ottenere il visto in Brasile è stato facile, “ma una volta arrivata qui, non è servito a nulla. NessunƏ voleva sapere quanto fosse prestigiosa la mia borsa di studio”. Come tuttƏ le persone migranti, anche Heidi ha dovuto scontrarsi con la burocrazia italiana. Ha ricevuto il suo primo permesso di soggiorno dopo nove mesi, anche se questo era valido solo per dieci, e ha poi ricevuto un appuntamento per il suo rinnovo quattro mesi dopo la scadenza. Un lasso di tempo particolarmente problematico per lei, in quanto essere una dottoranda Marie Curie significa dover viaggiare molto per conferenze, anche al di fuori dell’area Schengen.

“Il permesso di soggiorno è un enorme grattacapo e una questione senza fine dato che si rifiutano di concedercelo per più di dieci mesi. Uno stress che ti demoralizza e ti logora”.

Mesi fa a causa di informazioni contrastanti, ha perso tre giorni in pratiche burocratiche in questura. Un luogo in cui meno si rimane, meglio si sta dato lo stress dell’attesa, la scarsa organizzazione, il disagio e la rabbia che le persone provano. Una situazione che né lei, né suoi amicƏ hanno vissuto in altri paesi europei. Al contrario, qui in Italia ha potuto beneficiare della sanità pubblica e inaspettatamente scoprire che non avrebbe dovuto pagare per i servizi e trattamenti medici ricevuti.

Nella sua attività di ricerca nell’ambito della rete di dottorato VORTEX (Coping with the Varieties of Radicalization into Terrorism and Extremism) Heidi si occupa di analizzare teorie del complotto, e in particolare quelle relative alle grandi aziende farmaceutiche e all’Eurabia.

“Le teorie del complotto sono un meccanismo semplice con cui le persone guardano e comprendono la realtà che al momento è davvero difficile da capire”.

Da semiotica, il suo obiettivo è quello di effettuare l’analisi qualitativa di un’enorme quantità di dati che raccoglie da Telegram, l’unica piattaforma che consente di estrarre dati utente, testi e immagini per cui deve far parte di gruppi in cui i commenti d’odio sono la norma. La parte più difficile del suo lavoro. Secondo Heidi, nel momento in cui un testo diventa un mero insieme di dati, gran parte del contesto viene perso. Invece, mediante l’introduzione di una maggiore analisi semiotica all’interno dell’analisi dei big social data, punta a comprendere tali discorsi per poterli analizzare e affrontare. Il suo progetto prevede l’utilizzo di tecniche di Machine Learning per analizzare i big data a cui ha accesso, ma non avendo conoscenze in questo campo, ha avuto difficoltà nella raccolta e analisi dei dati e nella gestione del suo account Telegram. Una problematica risolta grazie alla collaborazione con un ricercatore del dipartimento di Informatica dell’Università di Torino che si è rivelata essere reciprocamente vantaggiosa. Nelle teorie del complotto, è il modo in cui le informazioni vengono diffuse e utilizzate a renderle manipolatorie e pericolose. Motivo per cui, “non risolveremo il problema sociale senza affrontare l’architettura tecnologica che rende tutto possibile. Bisogna unire questi campi di ricerca”. Infine, parte del suo lavoro è anche la pubblicazione delle sue ricerche sul blog e canali social del progetto – una richiesta che proviene direttamente dall’UE. 

Essere una dottoranda Marie Curie significa anche avere elevate pressioni e aspettative, un gran numero di rapporti da redigere e dover costantemente presentare le proprie ricerche e risultati. Sia le lezioni che i seminari del suo dottorato sono tenute in italiano e per quanto lo stia imparando, “per la ricerca nelle discipline umanistiche e le discussioni accademiche in semiotica è molto impegnativo”. Non poter partecipare alle discussioni la rattrista, ma colleghƏ sono molto gentili, parlano inglese e includono sia lei che altrƏ studentƏ internazionali. Conoscere l’italiano renderebbe anche la sua vita personale più facile, ma crede di avere un blocco inconscio nel suo apprendimento dato da tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare finora.

Heidi non pensa di rimanere a lungo qui in Italia poiché, anche se essere una persona migrante è difficile anche quando lo si sceglie, ha ancora un po’ di energie per esplorare il mondo.

“Voglio ancora viaggiare e conoscere altri posti e stressarmi per altri tipi di documenti. Fa parte del gioco. Fa parte dell’essere persone migranti”.

Le mancano la sua famiglia e suoi amicƏ in Brasile, ma vivere in Italia le ha permesso di riconnettersi con le sue origini, soprattutto a Genova, la città da cui il suo bisnonno è partito per poi non farvi più ritorno. In Brasile, la sua è sempre stata la strana famiglia della piccola comunità italiana di São Paulo. Sua nonna veniva derisa per il suo portoghese stentato, mentre il bisnonno non lo imparò mai. Ma solo vivendo qui ha capito da dove tutto ha avuto origine, dal modo di parlare e gesticolare, alla scarpetta – una “cosa da poverƏ” in Brasile.

“Non erano stranƏ, erano solo diversƏ, di queste parti. Erano semplicemente persone che si trovavano nel posto sbagliato. Ora lo capisco, lo sento anch’io!”.