
“Essendo un comparatista di diritto pubblico, vivere durante una transizione costituzionale è stato come vivere nella realtà ciò che si è sempre studiato nei libri”
Gianluca è nato e cresciuto a Torino ma il suo cognome è tipico dell’area vicentina da cui proveniva il bisnonno prima di trasferirsi a Saluzzo, in Piemonte. Qui conobbe la bisnonna e negli anni ‘10 del 900, si spostò infine a Torino. Sin dall’adolescenza, Gianluca ha compreso la bellezza del viaggiare e ha da sempre avuto ciò che definisce “il bug del movimento”. All’età di 15 anni ha vissuto un breve periodo di formazione in Russia, e durante il liceo ha avuto l’opportunità di vivere un intero anno in famiglia negli Stati Uniti. “Un’esperienza importantissima per me che consiglierei a tuttƏ, anche più dell’Erasmus!”. All’età di 16 anni si è ancora in un periodo di formazione e vivere in un altro contesto e sistema educativo è stato per lui molto utile. Tanto che è poi diventato volontario del progetto per diversi anni.
Gianluca si è laureato in Giurisprudenza, e durante lo studio del diritto pubblico comparato si è appassionato al diritto dei paesi arabi. Una passione nata dalla frustrazione nel vedere come “un’area così grande e interessante” veniva affrontata in maniera veloce e superficiale. Così ha iniziato a studiare la lingua araba mediante corsi universitari e serali. Dopo il conseguimento della laurea ha svolto qualche mese di pratica forense, pur sapendo che non era la professione che faceva per lui, e nel mentre è stato cultore della materia in facoltà. Ha poi iniziato il dottorato in Diritto Pubblico, e questa volta decide di spostarsi proprio nei paesi arabi.
“La mia esperienza in questi anni è stata su tre livelli. La lingua, la ricerca bibliografica tradizionale e l’esperienza diretta su cosa voglia dire essere cittadinƏ nelle diverse giurisdizioni”.
Dopo un breve periodo di post-doc e un assegno di ricerca, ha vinto un bando per lavorare come professore al Cairo, in Egitto, dove ha insegnato presso l’Università Americana del Cairo e l’Università del Cairo, la Statale. Proprio con l’incarico nella prima università, privata e molto prestigiosa, è riuscito ad ottenere un visto per lavoro concesso a pochə, e il cui l’ottenimento e rinnovo annuale sono subordinati a uno specifico requisito: un esame del sangue per la rilevazione dell’HIV. “Lì perdura questa ossessione che è una delle idiosincrasie per cui l’HIV viene da stranierƏ che sono promiscuƏ’”.
In entrambe le università ha insegnato, tra le altre cose, diritto costituzionale comparato. Un corso che diventò particolarmente sentito e rilevante quando il popolo egiziano scese in piazza per chiedere diritti e libertà. Nella storia viene ricordata anche come la Rivoluzione del 2011, caratterizzata da manifestazioni di massa e scontri drammatici, fino a portare alla caduta del regime e ad una transizione costituzionale.
“Al Cairo ho vissuto dal 2008 al 2015. Quindi prima, durante e dopo la Rivoluzione”.
Vivere in Egitto durante la Rivoluzione è stata un’esperienza “piena di alti e bassi, con slanci di ottimismo e frustrazione” in cui Gianluca ha continuato ad insegnare in entrambi gli istituti. L’università Americana aveva il campus su piazza Taḥrīr – il centro delle manifestazioni – per cui di settimana in settimana si spostavano le lezioni in diversi quartieri se in zona vi era scontri. All’Università statale, invece, vi era molta sensibilità nei confronti dei temi trattati dai suoi corsi che ha percepito in prima persona.
“Essendo un comparatista di diritto pubblico, vivere durante una transizione costituzionale è stato come vivere nella realtà ciò che si è sempre studiato nei libri”.
Negli anni vissuti in Egitto è riuscito a creare una rete di supporto e amicizie presente tutt’oggi, anche grazie al suo interesse per le questioni locali e la sua conoscenza della lingua e della cultura popolare che destava particolare curiosità. L’anno dopo la Rivoluzione ha vissuto sia a New York che a Tokyo da cui ha potuto riflettere sulle esperienze vissute in maniera comparativa e globale. Riflessioni che, anni dopo, ha concentrato in un articolo scritto per un convegno sul ruolo degli atenei negli ordinamenti in crisi.
Nel 2015 la situazione sociopolitica in Egitto è nuovamente cambiata e ha così risposto ad un bando per l’insegnamento a Londra, città in cui vive tuttora. Qui insegna presso la Aga Khan University, un’università a base pakistana su tre continenti e sei paesi che è per lui “molto curiosa e interessante”. Continua ad insegnare diritto comparato con un focus sui paesi arabi all’interno di un master, e gli piacerebbe poter seguire studentƏ per un periodo più lungo in modo da coltivarne gli interessi. Quando si è trasferito nel Regno Unito non ha avuto bisogno del visto, e una volta approvata la Brexit aveva già maturato i requisiti per la naturalizzazione. “Che viviate tempi interessanti” recita un proverbio cinese, ma avendo vissuto un altro evento di importanza storica scherzando si chiede se sia lui a causare eventi di tale portata!
Non è stato altrettanto facile costruire una rete di amicizie a Londra, dove “non sono più l’expat ma il migrante che anziché collocarsi in cima alla piramide sociale, si colloca in fondo – ma con un passaporto italiano”. Londra, all’interno del Regno Unito, è una realtà particolare, ibrida e fatta dalla mescolanza di culture per cui si sentono sempre parlare lingue mai sentite prima. Uno dei pochi posti al mondo in cui ciò accade.
“Io sono un pezzo di un mosaico assieme a tante altre tessere che sono fatte in modo diverso da come sono fatto io, ma in qualche senso uguali a me. Niente di più”.
Un mosaico che è anche ciò che lo ha spinto a trasferirsi lì. Se trovasse la giusta occasione, avrebbe piacere di lavorare in Italia, pur restando legato a reti di colleghƏ internazionali, e “il Mediterraneo orientale e meridionale sarebbero comunque dei luoghi per me centrali”. Il rientro in Italia avrebbe un senso anche se si considera quanto per la sua formazione il Paese e contribuentƏ abbiano investito per circa vent’anni. Investimenti che lavorando all’estero non sta restituendo.
Talvolta lo scoraggia vedere che sui libri di testo il diritto dei paesi arabi è ancora trattato in maniera superficiale. Ma quella motivazione che lo aveva mosso in partenza, in parte lo muove ancora. Lo abbiamo intervistato al rientro di un modulo di insegnamento a Beirut, in Libano, un paese che vive una situazione molto delicata e a tratti drammatica ma “gli eventi non fanno neanche più notizia”. Al momento si trovano molto più agevolmente a Londra prodotti tipici Libanesi di buona qualità come il timo fresco – con cui si fa un’insalata per lui deliziosa tipica del Libano, la Palestina e la Giordania – dei melograni enormi e buonissimi o lo za’tar, un mix di spezie che porta in Italia in grandi quantità su richiesta di amicƏ.
Dell’Italia gli mancano i sapori locali, come la cucina piemontese, ma anche la cortesia torinese, un aspetto fondamentale per le relazioni umane che in una città grande come Londra si perde. Tuttavia, c’è un pezzo d’Italia comprato con la nonna e i genitori a Roma che porta sempre con sé dai tempi dell’Egitto. “Io viaggio con la mia moka. Questo per mantenere lo standard dell’italiano medio”, chiude ridendo.
Avendo parlato di Egitto e università egiziane non possiamo non fare un accenno a Giulio Regeni, ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo nel 2016 per cui si richiede tutt’oggi la piena verità e giustizia. Per lui e per tuttƏ coloro ingiustamente arrestatƏ, incarceratƏ, torturatƏ e uccisƏ.

